Cinema italiano/internazionale. ActivCinema, Rivista attiva di Archeologia Cinematografica - A cura di Franco Rea
fotogramma di Full Monty
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Il genere sociale nella cinematografia britannica: dalle lotte politiche di Ken Loach alla nuova commedia proletaria
 
di Valentina Barberi
 

The Commitments
Manifesto del film

Full Monty
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Svegliati Ned
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The Snapper
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Billy Elliot
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The Van
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Il cinema inglese ha da sempre un interesse particolare a trattare argomenti sociali come l'emarginazione, la solitudine, gli scontri interrazziali, la disoccupazione: tutti problemi spinosi che il governo, in particolare quello conservatore della Lady di ferro rimasto al potere per due legislature, ha cercato di nascondere, mostrando l'Inghilterra agli occhi dell'opinione pubblica internazionale come un impero ancora saldamente ancorato ai propri principi e per questo incorruttibile.

 

La maggior parte del pubblico è venuta a conoscenza della triste realtà inglese grazie ai film di Ken Loach, cineasta che fin dai suoi primi lavori televisivi per la BBC ha sempre attaccato in modo feroce e spesso contestato le istituzioni britanniche, che invece di sostenere i cittadini più deboli, tendono a schiacciarli, vedendoli quasi come un difetto da estirpare per non rovinare la "perfetta" società inglese.
Le opere di Loach, a partire da film tv come Up the Junction (id. 1965), primo grande successo di pubblico e critica, per continuare poi con i "duri" Cathy Come Home ( Cathy va a casa, 1966); Kes (id. 1969); Family Life (id. 1971); Days of Hope (id. 1975), fino ad arrivare a capolavori più recenti come Ladybird Ladybird (id. 1994); Land and Freedom (Terra e libertà, 1995); Carla's Song (La canzone di Carla, 1996) e il recentissimo Bread and Roses (id. 2000) mostrano persone semplici, lasciate sole e costrette ad affrontare i drammi della vita in una società che non comprende il loro valore e che vorrebbe solo cancellarle.
La macchina da presa nei film di Ken Loach diventa protagonista, una presenza demiurgica; gli elementi ideologici si uniscono armoniosamente con la dimensione personale della vita quotidiana; l'attore più che recitare, reagisce alla situazione di fronte alla quale è posto. Le opere di Loach sono però da sempre considerate "difficili" e quindi limitate ad un pubblico d'élite. E allora come è possibile mettere al corrente le masse della situazione critica in cui versava l'Inghilterra a metà degli anni Ottanta, dopo che il governo conservatore di Margaret Thatcher, per risollevare le sorti dell'economia inglese, decise di privatizzare centinaia di industrie pubbliche e di smantellare numerose miniere del nord per ammortizzare così i costi della creazione di reattori nucleari, senza però tenere conto delle conseguenze che queste scelte avrebbero avuto sulla vita di migliaia di persone?
Il mezzo l'hanno trovato alcuni scrittori, fra i quali il più conosciuto oltremanica è certamente Roddy Doyle, che nella sua ormai famosissima "Trilogia di Barrytown" ha narrato le tragicomiche vicende di personaggi proletari che si trovano ogni giorno a convivere con le conseguenze delle leggi Thatcher, ma che a differenza dei disperati protagonisti delle storie di Loach, non hanno più voglia di compiangersi e grazie all'amicizia e all'affetto familiare riescono addirittura a scherzare sulle proprie disgrazie e a trovare un motivo per andare avanti.
Negli anni Novanta questo argomento è stato affrontato da numerosi film, come The Full Monty (Full Monty: Squattrinati organizzati, 1997) di Peter Cattaneo; The Snapper (id. 1993) di Stephen Frears; The Van (The Van: Due sulla strada, 1996) sempre dello stesso Stephen Frears; Brassed Off (Grazie, signora Thatcher, 1996) di Mark Herman; The Commitments (id. 1991) di Alan Parker e Waking Ned Devine (Svegliati Ned, 1998) di Kirk Jones che, nonostante i budgets modesti impiegati, hanno riscosso un enorme successo di pubblico e critica fino ad arrivare a parlare di un vero e proprio genere di "commedia sociale" che continua a produrre opere di un certo valore e apprezzate dal grande pubblico.
Alcuni registi dei film citati, dopo esperienze diverse, sono tornati a questi argomenti: Alan Parker si è dedicato di nuovo all'Irlanda con Angela's ashes (Le ceneri di Angela, 1999), che racconta le tristi vicende di una povera famiglia irlandese di inizio secolo. Anche Stephen Frears, dopo la commedia americana High Fidelity ( Alta fedeltà. 2000) torna al genere sociale con Liam (id. 2000), presentato all'ultima Mostra del cinema di Venezia. Il film è la storia di una famiglia irlandese cattolica di Liverpool negli anni Trenta, raccontata con gli occhi di Liam, un ragazzetto di sette anni, la cui famiglia si disgrega in seguito alla perdita del lavoro del padre e alle gravi difficoltà economiche.
La scorsa stagione sono usciti altri due film tipicamente britannici che affrontavano di nuovo tematiche sociali, dedicando stavolta più spazio ai problemi di integrazione etnica che caratterizzano l'Inghilterra di oggi:
East is east (id. 1999) del giovane esordiente Damien O'Donnell racconta la vicenda di un vecchio pakistano, immigrato da tempo nel Regno Unito e sposato con un'inglese cristiana, che tenta di imporre la cultura islamica ai suoi figli nei modi più rozzi, ridicoli e pieni di becera retorica; Beautiful people (id. 2000) del bosniaco Jasmin Dizdar tratta invece storie diverse di profughi della guerra in Bosnia-Erzegovina e del loro rapporto con la patria che li ospita: l'Inghilterra. E la lista potrebbe ancora continuare a lungo: da poco è infatti uscito in Italia l'attesissimo Billy Elliot (id. 2000) di Stephen Daldry, che affronta nuovamente il tema degli scioperi indetti negli anni Ottanta dai minatori inglesi per contrastare i tagli imposti dal governo inglese all'industria estrattiva, narrandolo però attraverso gli occhi del giovane protagonista Billy, che affronterà mille ostacoli e incomprensioni per raggiungere il suo sogno di diventare ballerino e di garantirsi così un futuro migliore di quello di suo padre e di suo fratello, minatori abbruttiti dalla vita. Questo piccolo film, ottenendo tre nominations agli Oscar nelle prestigiose categorie di miglior regia, migliore attrice non protagonista e migliore sceneggiatura originale, ha dimostrato ancora una volta come il cinema britannico, proponendo storie semplici e commoventi, possa essere un pericoloso rivale per i colossal hollywoodiani.

Valentina Barberi vbarberi@libero.it

 

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