Danilo
Donati, l'arte di vestire i sogni - di Graziano Marraffa
Danilo Donati nacque a Luzzara (il paese di
Cesare Zavattini), nel 1926. La propensione naturale
verso le arti figurative, unita alla passione per quelle letterarie,
lo portarono ad iscriversi alla Scuola d’Arte di Porta Romana
a Firenze, dove, in totale libertà, potè dare sfogo
al suo genio. Evitò il servizio militare con la complicità
della madre, che da sempre gli dimostrò totale comprensione
per la sua formazione culturale; nell’Italia liberata dagli
alleati, Danilo ebbe modo di tornare a Firenze, dove all’Accademia
d’Arte ebbe come maestro il grande pittore Ottone
Rosai.
L’ennesimo, malinconico ritorno a Luzzara per l’ormai
inevitabile chiamata alle armi, fu l’inizio d’un periodo
di forte crisi per la sua famiglia, al punto che nel luglio del
1953, Danilo restò orfano di madre.
Venutogli a mancare un supporto morale indispensabile, cadde inevitabilmente
in depressione; dopo due anni di alti e bassi a Milano, casua1mente
iniziò a lavorare con Luchino
Visconti, regista di Maria Callas
al Teatro alla Scala, senza peraltro dimostrarsene contento.
Dopo una vacanza a Roma, durante la quale reincontra i vecchi
amici di Firenze (primo fra tutti Franco Zeffirelli),
iniziò il suo lavoro di costumista.
Nel 1959, Mario Monicelli lo chiamò per
La grande guerra, primo capolavoro
del cinema italiano al quale Donati ebbe modo
di dare la sua inconfondibile impronta artistica.
Ritrovata la forza d’ispirazione d’un tempo, lavorò
ininterrottamente per il cinema, contribuendo con i vari autori
a fare d’ogni film un capolavoro d’arte figurativa.
Scorrendo la filmografia di Danilo Donati, ci
si chiede istintivamente se nell’animo, nella mente di ogni
spettatore sarebbero rimasti impressi lo stesso i vari personaggi
dei film, se lui non avesse contribuito alla fisicità dei
sogni espressi da ciascun autore.
Oltre agli eroi involontari di Monicelli, gli
indolenti Jacovacci e Busacca (Sordi e Gassman),
Donati vestì le prostitute in cerca di
riscatto di Adua e le compagne (I960)
di Antonio Pietrangeli, la borghesia del boom
de La bella di Lodi (1963) di Mario
Missiroli, i contadini verghiani de L’amante
di gramigna (1967) di Carlo Lizzani.
Il 1962 è l’anno di nascita del sodalizio artistico
tra Donati e Pier Paolo Pasolini:
per La ricotta (episodio di Ro.go.p.a.g.),
ambientato in un set cinematografico dove si tenta di girare una
rappresentazione della Passione di Cristo, Donati
ricostruì alla perfezione i costumi dipinti nelle loro
opere sacre da Pontormo e Rosso Fiorentino.
La classicità della storia, verrà illustrata da
Donati nei suoi lavori successivi: La
steppa (1962) e La mandragola
(1965) di Alberto Lattuada, El
Greco (1963) di Luciano Salce (ispirato
alla vita dell’omonimo pittore), fino a Il
Vangelo secondo Matteo (1964) di Pasolini,
film al quale La ricotta fece da
preludio.
In occasione di Chi lavora e’ perduto
(1964) dell’esordiente Tinto Brass, Donati
aggiunse all’attività di costumista quella di scenografo
e arredatore, “miracolo” che ripeterà in Per
grazia ricevuta (1970) di Nino Manfredi,
Caligola (1979) ancora di Brass,
Francesco (1989) di Liliana
Cavani, Marianna Ucria (1996)
di Roberto Faenza.
Contemporaneamente lavora per Bolognini nei
suoi film minori: La donna e’ una
cosa meravigliosa (1964), Madamigella
di Maupin (1965), Le notti romane
(ep. de L’amore attraverso i secoli,
1967), Gran bollito (1977).
A partire dal 1965, alternò le sue collaborazioni in rapporti
di autentica amicizia nonchè stima professionale: mentre
l’opera di Pasolini si allontana dal neorealismo
per avviarsi alla riscoperta del mondo arcaico a partire da Uccellacci
e uccellini,(film nel quale Donati ritrova
il grande Totò col quale lavorò
nelle sue migliori prove d’attore, prima fra tutte Il
comandante (1963) di Paolo Heusch) fino
a Edipo Re (1967), Teorema
(1968) e Porcile (1969), sarà
la rilettura dei classici da parte di Franco Zeffirelli
a condurre Donati verso nuovi trionfi.
Dopo La bisbetica domata (1967) sarà
la volta di Romeo e Giulietta (1968)
altra grande opera shaekesperiana per la quale Donati
riceve l’Oscar per i migliori costumi.
Dopo le sporadiche esperienze lavorative con Pasquale
Festa Campanile per La cintura
di castità (I967), commedia d’ambientazione
medievale ed Eriprando Visconti per La
monaca di Monza (1969), Donati incontra
il genio più fantasioso che la storia del Cinema abbia
mai avuto : Federico Fellini.
Volendo fare della trasposizione in immagini del Satyricon
di Petronio Arbitro un’opera decadente e fortemente visionaria,
Fellini affidò a Donati
il triplice ruolo di scenografo, costumista ed arredatore; ma
nonostante il notevole impegno d’entrambi, il Fellini-Satyricon
non raggiunse le vette artistiche degli altri capolavori del regista.
Il ritorno pasoliniano ad una vena popolaresca con la cosiddetta
Trilogia della vita (Il
decameron, 1970, I racconti di Canterbury,
I971, e Il fiore delle mille e una notte,
1973), fornì a Donati la nuova occasione
per esprimersi al meglio, anche se i film suscitarono più
scandali,
sequestri e polemiche piuttosto che analisi critiche
e valutazioni artistiche.
Nei primi anni ‘70, Donati prosegue l’attività
negli affreschi visivi di Zeffirelli (Fratello
sole sorella luna 1971), Fellini (Roma
1972), Sergio
Citti (Storie scellerate
1973), aiuto fondamentale di Pasolini passato
alla regia.
Non a caso gli elementi predominanti dei film ai quali Donati
partecipa in questi anni sono la sacralità, il clima di
commistione fra fiaba e mito, la secolarità delle storie
descritte e dei personaggi rappresentati: opere di non semplice
realizzazione che solo i grandi sono in grado di lasciare ai posteri
come splendida testimonianza della propria arte espressiva. Tra
l’ esperienza di Amarcord,
(1973), forse il più autobografico film di Fellini,
e de Il Casanova di Federico Fellini
(1976) per il quale “Daniluccio” (come amabilmente
usava chiamarlo il regista) riceve il suo secondo Oscar, fu per
l’ultima volta accanto a Pasolini nel suo
disperato Salo’ o le 120 giornate
di Sodoma (1975) al quale seguì la tragica morte
dell’autore.
Con la fine del decennio, inizia per il cinema italiano la più
lunga stragione di crisi, contraddistinta dalla fine della sua
epoca d’oro; tuttavia Donati non smise
definitivamente di lavorare, partecipando sempre in triplice attività
ad Uragano (1979) di J. Troell, Flash
Gordon (1980) di M. Hodges, Yado
(1985) di Richard Fleischer.
Dopo aver ritrovato Fellini in Ginger
e Fred (1985); pungente satira del nuovo mondo televisivo,
e Intervista (I987), ulteriore autoconfessione
del maestro, collabora nuovamente con Citti
ne I magi randagi (1996), un vecchio
progetto pasoliniano.
L’ultimo grande incontro artistico avviene per Donati
nel 1994: conosce Roberto Benigni per la lavorazione
de Il mostro, all’epoca campione
d’incassi.
Ma il binomio Donati-Benigni darà il meglio
di sè nei successivi La vita e’
bella (I997), film che ha regalato un altro Oscar alla
cinematografia nazionale, e soprattutto nel laboriosissimo Pinocchio
(2001/02), evidente eco dei sogni felliniani tramandati tanto
a Benigni che a Donati, il quale
fa appena in tempo ad ultimare il proprio lavoro che si trasforma
in testamento artistico.
Il 2 dicembre 2001 l’Italia cinematografica perde per sempre
un artefice insostituibile, la cui magica grandezza è pienamente
espressa in una recentissima definizione di Benigni
: Uno che quando dormiva poteva attaccare il cartello
"IL POETA LAVORA".
Graziano Marraffa
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