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Femmes fatales del cinema francese

Femmes fatales del cinema francese - parte 2 I Programma

Femmes fatales del cinema francese

Femmes fatales del cinema francese” è una retrospettiva, mai realizzata prima d’ora in Italia, che prende in esame tutto il periodo del cinema sonoro francese, dagli anni trenta ai nostri giorni, e che sarà presentata contemporaneamente nelle due sale del Filmstudio per quasi un mese (dal 15 ottobre all’11 novembre 2004).

Dal 1920 alla fine degli anni trenta lo Star System è il centro nevralgico dell’industria cinematografica in America ma anche in Francia e in altri paesi europei.
Alcuni grandi archetipi, creati dallo Star System, polarizzano lo schermo e tra questi il più importante è senza dubbio quello della “femme fatale” che diventa presto universale e, negli anni venti, penetra anche nel cinema giapponese.
La “divina”, donna sublime e misteriosa, è un altro grande archetipo di quegli anni; ma a ben guardare si tratta sempre dello stesso archetipo: la femme fatale. La “divina” infatti, anche se è una donna pura che soffre, fa anche soffrire - e molto - chi s’innamora di lei.
La Garbo - secondo Balazs - “incarna la bellezza della sofferenza”.
In seguito in Francia i vecchi archetipi si modificano e danno vita a molteplici sotto-archetipi. Nella seconda metà degli anni trenta rinasce la “vergine radiosa e innocente” che ricorda un poco la fidanzatina d’America, la Mary Pickford degli anni dieci, dai grandi occhi stellanti… Ma questa “vergine” diventa, a sua volta, fatale. La “femme fatale” non coincide dunque, necessariamente, con la vamp, con un tipo di femminilità egocentrico ed aggressivo (per esempio, la Marlene Dietrich dei film diretti da von Sternberg).

Per “femme fatale” s’intende una donna, un personaggio femminile pieno di fascino, una seduttrice che talvolta inconsapevolmente, con la sua sola presenza, più spesso con il suo operare, modifica profondamente il destino di chi cade sotto la sua influenza. I risultati sono generalmente drammatici: può generare attrazioni violente portatrici di rovina, passioni dolorose perché non corrisposte o anche ossessioni distruttive nutrite dai suoi inganni e tradimenti. Può, in altri casi, essere a sua volta preda di forti passioni di un amour fou che travolge e distrugge l’oggetto del suo amore (per esempio, la protagonista della Signora della porta accanto di Truffaut, interpretata magistralmente da Fanny Ardant)

Michèle Morgan. In altre situazioni può essere anche una donna “materna” e perfino una ragazza ingenua, buona, romantica (“una vergine”) che tuttavia con la sua bellezza attrae irresistibilmente e attraverso cui un destino infausto si compie (la splendida e pura Michèle Morgan de Il porto delle nebbie di Carné). Lo stesso pubblico che negli anni trenta ammirava la recitazione intelligente del grande brutto del cinema francese, Michel Simon, ammirava tuttavia molto di più il vuoto insondabile del volto perfetto di Michèle Morgan sul quale proiettava la sua anima.: “La bellezza dei divi - ricorda Edgar Morin - è l’equivalente affettivo di tutte le altre virtù, quando non è la virtù suprema”.

 

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